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L'uomo che teneva il cuore sullo stradone

L’uomo che teneva il cuore sullo stradone
Di Giuseppe Rossi
Un pomeriggio di piena estate nella grande città di New York. E’ domenica. Al quarto
piano di un palazzo di appartamenti. Le finestre sono socchiuse. Per la strada un traffico molto ridotto; pochi i pedoni. In una camera da letto un uomo e una donna stanno ultimando la loro siesta: La donna si alza. E’ in sottoveste. Fruga in una borsa, prende le chiavi, poi si avvicina al comò, introduce una prima chiave, poi la seconda, apre le serrature e tira il primo cassetto. Ne estrae diversi documenti, poi torna al letto e si siede aprendo e leggendo le carte che ha in mano. L’uomo si volta; anche lui è sveglio. Mette entrambe le mani sotto la testa e si mette a “Sono quasi cinque anni che siamo in America - E’ lei che parla – è abbiamo già un bel “Quelli della mia “fattoria” hanno tanto lavoro – E’ sempre lei a parlare – mi hanno promesso che, sé dura così, un giorno l’altro mi crescono la paga”. “Forse ce l’avrebbero già aumentata. Ma ci sono quelle portoricane che sono molto pigre. Non fanno altro che parlare; come se la lingua impicciasse le mani! I padroni sono contenti di noi italiane e del nostro lavoro!”. Una lunga pausa di silenzio. Lei riprende il suo discorso, poi è costretta a smettere. Passa sulla strada una macchina dei pompieri che procede con le sirene a tutto volume. La sirene si allontana. “Si, dicono di quel deposito che abbiamo nella nostra banca. Mi sembra che i “fruttati” siamo molto pochi. Dovrò informarmi se altre banche danno una percentuale più buona”. Lui continua a tacere guarda il soffitto. “E a te, il padrone non ha fatto nessuna promessa? E’ un pezzo che sei con la stessa ditta e ti fanno fare il lavoro più delicato, quello delle scarpe su misura. Non sarebbe ora che si accorgessero che sei bravo? Lui se ne sta silenzioso e lei riattacca: “Non dici mai niente, né qui, né sul lavoro. E’ ora che ti svegli e faccia valere le tue Io dico che in tutta New York sei l’unico che fa il suo dovere e non chiede mai nulla”. La quiete pomeridiana viene squarciata dal suono di una nuova sirena. Un’altra macchina dei pompieri passa per la strada. E’ una macchina pesantissima. Il palazzo trema, ma l’uomo steso sul letto non fa cenno di aver sentito. Guarda sempre il soffitto con una calma che indispettisce lei che, invece ha voglia di parlare di sfogarsi. “Zizi, dico con te; non hai sentito?” Lui non risponde. “Parlare con te, è come parlare col muro!”. “Ho qui le lettere del professore che ci ha mandato a dire che la casa che lui ha comprato per noi sarà libera fra tre mesi. Abbiamo già versata la caparra e i soldi per la tassa e per il notaio. Quando se ne andranno i vecchi proprietari, la casa sarà tutta nostra e verseremo il saldo. Avremo finalmente una casa su due piani, uno per il giorno e uno per la notte. Nella nostra vecchiaia staremo comodi e in libertà! Si, staremo nel nostro Paese, ma con una casa vera! “Tu, in tanto, non dire niente! Come al solito!” Lei si mette a leggere ad alta voce l’atto notarile, il compromesso. Poi smette. “E’ inutile che io legga, tanto non ci capisco niente. Il professore ci ha scritto che tutto è stato fatto regolarmente. Io sto nella fiducia del professore. E’ un vecchio galantuomo e sono sicura che non ci darà una fregatura”. La donna scende dal giaciglio dopo aver messo da parte i documenti che ha letto e torna al comò. Ne estrae alcune scatole e le porta sul letto. “Qui ho sessanta dollari d’argento. Quando torneremo a casa, li porteremo in regalo ai nostri nipoti e ai nostri parenti. Li ho messi in un sacchetto di iuta, poi li ho chiusi in questa scatola. Messi tutti insiemi fanno un bel vedere! E quanto pesano! C’è una lunga pausa; Zizi e sempre taciturno. “Abbiamo anche cinque dollari d’oro. Guarda, Zizi, li ho messi in questa scatoletta di Senti quanto pesano; senti, Zizi, quanto pesano! è oro!”. “Nella calzetta di lana ho messo la mia nuova collana di corallo. L’ho presa di sotto, da Aronne, quell’ebreo che commercia nelle cose vecchie. L’avrò vista venti volte e per venti volte me ne sono messa al collo. E fin da principio ho calato sul prezzo. L’ho stancato! Lui è furbo, ma io non sono da meno! Ho passato molto tempo nella sua bottega e ho imparato il suo metodo di offrire la merce, con destrezza e con astuzia. La collana, finalmente è mia! Il corallo è di un rosso vivo e pesa, pesa molto. Alcuni grani sono molti grossi. Me la metterò, questa collana, quando usciremo insieme, io e te, Zizi. Una lunga pausa di silenzio. “Spero che allora non guarderai il soffitto, ma avrai voglia di parlare con la tua “Qui è il braccialetto che mi hai regalato per Natale. L’oro è un po’ rosso, così mi ha detto la Maria, quando e venuta a trovarci il mese scorso. Ma, in fondo, rosso o giallo, è sempre oro!” Zizi è sempre silenzioso. Passa un’altra macchina di pompieri. “Qui, in questa scatola, ci sono tutte le cose, Zizi. Eccoti i gemelli con i brillanti. Te le ha regalati il professore che è stato testimone alle nostre nozze. Poi c’è il tuo orologio di oro, con tutta la catena e anche la spilla per la cravatta, quella che ti ho regalato io, con in mezzo un brillante che è piccolo, ma risplende. Guarda, Zizi, quanta bella roba che abbiam, ed è il frutta del nostro lavoro! E Zizi, tace, con lo sguardo rivolto verso il soffitto. “ Zizi, è un pezzo che parlo e, ormai, sono stanca. Vedi quanta roba abbiamo messo da Sono io che te la custodisco non sei contento? E pure mi sembra che i risultati del nostro lavoro qui in America sia più che buoni. Se fossimo rimasti al Paese, nulla avremmo e camperemmo la vita con grande fatica, giorno dopo giorno”. Lei si dà da fare, scesa dal letto per riporre nel primo cassetto del comò tutto ciò che ne ha estratto. Comincia dalle scatole dei gioielli, poi, lavorando con calma e con ordine, prende i documenti e li dispone a seconda della loro importanza. “Zizi, dice interrompendo il lavoro, io metto via queste nostre cose. Ognuna di loro è un momento della nostra vita. Sono arrivate una per una. Sono cose che mi piacciano. In questo cassetto ci tengo il cuore”. Finisce il lavoro di riordino, si avvicina all’uscio e sta per uscire dalla stanza. Poi ci ripensa, torna a letto e si sdraia. Una nuova pausa di silenzio. “Zizi, ti ho mostrato tutto quel che abbiamo; è la roba nostra quella che abbiamo io e te. Ti ho detto che in quel cassetto io ci tengo il cuore. Adesso voglio che tu mi dica dove tieni il tuo”. Zizi, si scuote e risponde: “Io lo tengo sullo stradone” “Dove lo tieni?” “Sullo Stradone!” Lei non ribatte. Resta silenziosa. Lei si chiama Ermelia. Sono entrambi, Ermelia e Zizi, di San Marino. Sono sposati da quindici anni. Non hanno avuto figli. Lui, Zizi faceva il ciabattino in Città. Aveva una piccola casa a un piano in Contrada del Cantone. Entrambi campavano la vita con modestia ma con grande serenità. Fu lei, Ermelia ha pensare alla emigrazione negli Stati Uniti. Nella loro vita al paese, lui si alzava ogni giorno di buon’ora, preparava il caffè e lo portava a letto a sua moglie. Poi andava alla bottega e faceva la spesa. Il resto della mattinata lo passava seduto al suo deschetto a battere la suola, a risuolare le scarpe e a confessionale qualche paio su misura, operazione che lui solo era capace di fare da quel bravo artigiano che era. Qualche amico lo veniva a trovare, si sedeva accanto a lui e allora Zizi chiacchierava piacevolmente, senza però smettere di lavorare. Anche Ermelia partecipava alla conversazione interrompendola spesso per badare i tegami dove si cuoceva il pranzo. Poi, giunta l’ora, Zizi si sedeva a tavola e mangiava lentamente ciò che Ermelia gli aveva preparato. Dopo pranzo Zizi appisolava a tavola, Ma il sonno era breve, c’era il deschetto che lo aspettava e tanto, tante riparazioni delle scarpe dei cittadini di tutto il Paese. C’erano quelle grosse dei picconasti e dei muratori, quelle dei ragazzi, sporche e scalcagnate, ma anche quelle eleganti e leggere delle signore. E c’erano gli scarpini di vernice nei Capitani Reggenti. Sono verso sera Zizi si alzava dal deschetto, ripiegava il suo finale, si cambiava il vestito, scendeva per le vie del paese e, per la grande Porta, usciva nello stradone. Era quello il momento più importante della sua giornata. Lì, sullo stradone incontrava i suoi amici, parlava con gli uomini che uscivano anch’essi dal lavoro, barattava qualche parola con il professore e talvolta gli capitava di scambiare utili, quanto rapidi frasi con gli uomini politici, anch’essi ben disposti a conversare dopo la giornata densa di impegni. Si può bene dire che la giornata di Zizi culminasse con quell’ora o poco più che lui consumava standosene sullo Stradone e muoversi fra la grande Porta e l’inizio della salita dei Cappuccini. In tutte le forme di società esiste un momento in cui gli uomini si muovano in piena soddisfazione, poiché si sentono valorizzati nell’attività che essi svolgono e danno precisa sensazione che i loro simili apprezzino e valutino positivamente la funzione che ognuno svolge nel quadro generale. Questo era il momento di Zizi, come di tanti altri, sullo Stradone del loro paese. In fondo era giusto dirlo: se tutti andavano e venivano, ebbene, lo facevano perché c’era qualcuno fra di loro che pensava alle scarpe di tutti, quelle che tutti portavano nei piedi, qualcuno che le teneva in ordine, qualcuno che li riparava. Dopo quell’oretta vissuta con soddisfazione, Zizi tornava a casa e trovava il desco apparecchiato per la cene frugale che egli consumava raccontando alla sua Ermalia i particolari della passeggiata, le novità del paese e gli incontri che aveva fatto. Dopo cena, una breve passeggiata sul Pianello, o, nelle giornate più calde, al Cantone, a respirare l’aria buona; poi a letto, in attesa del sonno o del riposo, prima del risveglio nella frescura del mattino. “Zizi, pensi sempre al tuo Stradone!” è lei, l’Ermelia che ha parlato, mentre si alza dal letto, nell’appartamento di Nuova York ed esce dalla stanza dove Zizi continua guardare il soffitto. Si è indossata la vestaglia, entra nella sala, poi va in cucina, su una parete della quale c’è il telefono. Passano ancora i pompieri con le sirene spiegate. Per le famiglie sammarinesi che si sono trapiantate in America, quella del telefono è stata la scoperta più importante. Specie per le donne. E in quel pomeriggio nuovayorchese Ermilia telefonò ad alcune amiche e confidò loro la novità: “Zizi teneva il cuore sullo Stradone!” Si proprio sullo Stradone, a San Marino, fuori della terza cinta delle mura difensive; sullo Stradone! Li per la novità venne presa con leggerezza, con superficialità. Poi le donne furono tutte piene di rampogna per quel Zizi che non aveva ancora saputo apprezzare le grandi opportunità che offriva l’America in modo particolare la città di New York. Qualcuna di loro confidò la novità al proprio marito e si aspettò che questi ci ridesse sopra. Fu sorpresa vedendolo per nulla scandalizzato, anzi quasi solidale con quel “povero” Zizi. Poi, da un telefono all’altro, la notizia corse per tutte le case dei sammarinesi di New York. Da prima fu sussurrata, poi detta ad alta voce e ripetuta come una novità importante. Pian piano molti altri sammarinesi a New York si accorsero allora di avere il cuore Quelli di Borgo, lo tenevano, il cuore, sulla Piazza di sotto; quelli di Fiorentino invece lo tenevano vicino alla Chiesa Vecchia; quelli di Montegiardino, intorno all’Olmo; quelli di Faetano, sotto i tigli della piazza; quelli di Serravalle, in Piazza Bertoldi; quelli di Acquaviva, intorno alla Fonte. Quelli di Città furono tutti solidari con Zizi e tutti confermarono di avere il cuore sullo Stradone. E fu allora, alla fine dell’estate proprio quando la luce declina e si fa notte presto che molti sentirono il desiderio di andare da Zizi. Arrivarono così, alla spicciolata. La prima domenica furono solo due, ma la domenica successiva erano già sei e continuarono a crescere con l’arrivo dell’autunno e ancor di più con l’inverno. Quando si accorsero di essere in molti, ognuno portò con sé un dolce fatto in casa e una bottiglia di quello buono. Furono pomeriggi di festa dedicati ai ricordi e alle novità del vecchio paese. Cominciavano a parlare a voce normale, poì il tono cresceva. Si interrompevano quando passavano le macchine dei pompieri con le sirene spiegate; e a dire il vero passavano spesso poi la conversazione riprendeva a toni ancor più alti e più cordiali. Si, perche Zizi aveva una casa grande. L’aveva presa in affitto al suo arrivo in America. Il fitto costava pochissimo, per via di quell’inconveniente delle sirene delle macchine dei pompieri. Li accanto, infatti, c’era una caserma dei vigili del fuoco che venivano chiamati spesso, sia di giorno che di notte; chi avesse avuto il sonno leggero era costretto a destarsi ad ogni ora. Ma il fitto costava poco e l’aria era limpida. Poi c’era un bel panorama su una piazza piena di alberi e di fiori. Zizi e i suoi ospiti arrivavano felici alla fine della giornata. Anche le donne erano soddisfatte dei incontri e delle chiacchiere. Chi arrivava portava le notizie del paese e spesso venivano mostrate le fotografie. Se le passavano di mano in mano e ciascuno diceva la sua. Qualche volta comparivano i giornali; ma erano giornali dei partiti sul quale ognuno aveva le sue idee. E quello non era né il luogo, né il tempo di incominciare a discutere argomenti che certo avrebbero scavato nei presenti qualche solco derivante da vecchie simpatie o da vecchie rivalità Restava al centro di tutte le conversazioni nel cuore di Zizi che continuava battere sullo Un giorno arrivò un Garibaldi di Santa Mustiola che portò con sé un organetto. Allora incominciarono le danze; le coppie, nella foga del walzer, delle polke e delle mazurche, passavano dalla saletta alla cucina e talvolta sconfinavano nella camera da letto di Zizi in quella degli ospiti. La festa fu cosi allegra, che giunsero a parteciparvi anche due coppie di napoletani che abitavano al piano di sopra. La volta che venne col clarino un Capicchioni, sempre di Santa Mustiola, la gente si divertì molto. Non così quando arrivò uno di Serravalle che suonava la cornetta e spaccava i timpani degli astanti più delle sirene dei pompieri che continuavano a passare. E il cuore di Zizi batteva sempre sullo Stradone del suo paese. Erano già nove anni che Zizi ed Ermilia erano lontani. La casa a due piani era loro disposizione. Il professore aveva già ricevuto le chiavi dai precedenti proprietari. Una buona opera di pulizia e di restauro era progettata e conclusa con l’approvazione di Zizi e di Ermelia e con l’assistenza del professore. La decisione di tornare fu dovuta, come ogni altra decisione, ad Ermelia. Ma lui ci soffrì moltissimo. La sua natura laboriosa e fattiva l’avrebbe indotta a restare per sempre a New York. Ma c’era di mezzo quel cuore che batteva sullo Stradone. E lei decise di tornare per amore del suo uomo. Il distacco fu molto doloroso. Ne soffrirono tutti i concittadini che erano abituati a frequentare la loro casa. Ne soffrirono i datori di lavoro di Zizi che, alla notizia della sua partenza, gli offrirono un grosso aumento di paga. Ma sopra tutto furono dispiaciuti i padroni della “fattoria” dove Ermelia era divenuta fiduciaria ed era molto ascoltata nelle decisioni più importanti che riguardavano lo sviluppo dell’azienda. Lasciarono il loro appartamento con le sirene delle macchine dei pompieri che spesso li destavano nel cuore della notte. Si imbarcarono piangendo e videro con dolore la costa americana che spariva all’orizzonte. Arrivarono nel paese con tutti i ricordi dei nove anni di lavoro. Li collocarono nelle stanze della casa restaurata di fresco. Il giorno dopo, verso sera, Zizi scese alla Porta del Paese ed entrò nello Stradone. Rincasò taciturno. Si sedettero a tavola per cena e mangiarono in silenzio. Quando andarono a letto, fu Zizi a cominciare il discorso dicendo che sullo Stradone non c’era più nessuno dei suoi amici, che nessuno di quelli che aveva incontrato gli aveva rivolto la parola, che gli pareva di essere arrivato in un paese sconosciuto. Zizi ed Ermilia, quella notte, si svegliarono più volte, con la sensazione che passasse

Source: http://www.museoemigrante.sm/contents/instance29/files/document/41919l'uomochetenevai.pdf

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