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Attaccamenti e legami:
gli altri animali tra affetto e opportunismo
Etologia del rapporto materno-infantile: come tutto ebbe inizio
L’etologia si è precocemente occupata della relazione genitori-prole, in particolare fin dai primissimi studi sull’imprinting (Lorenz, 1935), che hanno messo in evidenza come – grazie all’esistenza di un «periodo critico» nelle prime fasi di sviluppo ontogenetico – i piccoli delle specie con prole dipendente apprendono in maniera facilitata informazioni chiave sui comportamenti più rilevanti: l’esempio più noto riguarda il canto tipico della specie per gli uccelli canori (Thorpe, 1961 e 1963). Sebbene molti aspetti del concetto di imprinting siano stati poi drasticamente ridimensionati – ad esempio la sua supposta rigidità e brevità, e l’immodificabilità dei comportamenti così appresi, con il concetto di «periodo critico» sostituito da quello di «periodo sensibile» (Clarke e Clarke, 1976), restano tuttavia valide le osservazioni sulla speciale attenzione che i piccoli rivolgono alla madre – o, nel caso di specie con cure biparentali, ad entrambi i genitori – e alla conseguente facilitazione dell’apprendimento durante – appunto – il cosiddetto «periodo sensibile» (Bateson, 1979). Si è dunque scoperto che il fattore chiave di questo fenomeno è proprio l’attenzione esclusiva nei confronti del primary caretaker – il fornitore primario di cure di Bowlby (1969), che è tanto più intensa quanto più il fornitore di cure è filogeneticamente vicino al piccolo. Quindi: la madre naturale costituisce l’oggetto privilegiato di attenzione, un genitore adottivo anche eterospecifico (Lorenz in veste di mamma oca) può sostituirla, ma l’attenzione che riceve – e il conseguente successo nell’apprendimento che il piccolo ne ricava – decrescono all’aumentare della diversità somatica e comportamentale del caretaker col piccolo. Gli sviluppi del rapporto che il piccolo intrattiene con la madre nelle fasi successive dell’accrescimento hanno ricevuto un’attenzione più discontinua e frammentaria, in parte per la maggiore difficoltà che l’indagine stessa pone, difficoltà che aumenta esponenzialmente all’aumentare della complessità dei sistemi comportamentali coinvolti e, in parte, per la grande diversità che intercorre a tal riguardo tra le specie. Se, infatti, le cure precoci non differiscono di molto (nutrimento, contatto, contenimento, protezione) e il rapporto sembra limitarsi per lo più a scambi «immediati» di stimolo-risposta (riconoscimento della madre e degli stimoli specifici da essa proposti, e risposta a questi ultimi, oppure adeguata stimolazione della madre da parte del piccolo; riconoscimento individuale e lettura dei bisogni espressi dal piccolo, risposta alle sue richieste oppure offerta di stimoli da parte della madre), col tempo il piccolo inizia a rispondere alla madre in quanto individuo nell’ambito di una relazione diadica che coinvolge molto più che stimoli specie-specifici. Si apre così uno scenario nuovo, in cui due personalità distinte comunicano in maniera via via più ricca e complessa, in base alla crescente esperienza reciproca, all’evolversi -con lo sviluppo- della mente, della personalità e dell’organismo del piccolo, e al mutare delle necessità fisiologiche di entrambi, il tutto all’interno della cornice costituita dalle costrizioni imposte dal fardello filogenetico, dalle peculiarità specie-specifiche e, non ultime, dalle mutevoli condizioni socio-ecologiche. Il repertorio comportamentale stesso è mutevole, in quanto dotato di sistemi di reazione che interagiscono tra loro in modi diversi e con componenti diverse che si influenzano vicendevolmente in modi diversi (Hinde, 1982a). È dunque più facile esaminare questa relazione così complessa e mutevole in termini universali ed economici, ad esempio valutando il conflitto (Trivers, 1973), ma anche la coincidenza (Altmann, 1980), di interessi tra genitori e prole con modelli che quantificano in termini di fitness inclusiva (Hamilton, 1964) il fine bilanciamento tra costi e benefici che caratterizza l’investimento parentale: tra figli che sono selezionati per chiedere più di quanto ai genitori sia conveniente dare e genitori che invece sono selezionati per dare solo quanto necessario alla prole per crescere e riprodursi con successo, senza però togliere da ciò che potrebbe essere dato alla propria ulteriore futura prole. Altrettanto utile è studiare l’ecologia delle cure materne: come queste rispondano al variare delle disponibilità ambientali e con il contesto sociale (Altmann, 1980; Maestripieri, 1994a e 1994b). Oppure esplorare aspetti peculiari della relazione, riscontrabili in specie diverse, così da poterli studiare con metodo comparativo: ad esempio, l’insegnamento vs l’apprendimento per facilitazione sociale, esaminato nel gatto domestico (Chesler, 1969), ma anche nello scimpanzè (Boesch, 1991) e in altre specie (Caro e Hauser, 1992). O ancora analizzare altri parametri circoscritti, ad esempio della relazione madre-gattino: lo sviluppo di comportamenti pro-sociali e affiliativi (Moelk, 1979), il rapporto con la madre e l’apprendimento (Wilson et al., 1965), le conseguenze dello svezzamento (Tan e Counsilman, 1985) o della separazione dalla madre (Bateson e Young, 1981) o della interruzione o riduzione della lattazione (Bateson et al., 1981 e 1990; rassegna in: Martin e Bateson, 1988; Deag et al., 2000). I roditori (topi, ratti, criceti e gerbilli) sono stati e sono tutt’ora molto utilizzati in laboratorio per esplorare i meccanismi che sottendono ai diversi parametri della relazione madre-prole: trasmettitori neuroendocrini, comunicazione feromonale, risposte cardio-respiratorie ed endocrine etc.; recentemente, la creazione di ceppi di topi geneticamente modificati ha permesso di spingere ancora oltre il livello di indagine. Infine, la complessità della relazione madre-figlio è ancor meglio – seppure solo suggestivamente – illustrata dagli aneddoti, pur con tutte le limitazioni metodologiche del caso: molto note le osservazioni della Goodall sugli scimpanzè in natura relative alle conseguenze deleterie dell’anomala persistenza della dipendenza infantile nel quadro di un legame patologicamente intenso ed esclusivo (Goodall, 1986). Così, gli apporti di tutti gli studi compiuti sui vari aspetti della relazione, anche in specie diverse, finiscono col costituire tante tessere del mosaico generale che ci permette di iniziare a intravvedere cos’è, come è regolato e come si sviluppa questo primo e fondativo rapporto sociale (Hauser et al., 1992). Una esperienza che si traduce nella predisposizione alla socialità, che può poi effettivamente evolversi in funzione delle condizioni socio-ecologiche, ma che sembra essere presente in tutte le specie che hanno ricevuto cure parentali nell’infanzia (Ethologische Gesellschaft Meeting, 2007). L’etologia all’intersezione con la psicologia dello sviluppo
Un giusto vanto dell’etologia è l’influenza avuta dagli studi compiuti da Hinde sui piccoli di macaca Rhesus (Hinde, 1977) sulle pratiche ospedaliere britanniche nei reparti pediatrici, riguardo alle regole di ospedalizzazione e ai diritti di visita dei genitori. Infatti, questo autore aveva dimostrato che, per alcuni individui, gli effetti di periodi anche brevi di separazione dalla madre potevano persistere per anni. Anche altri risultati di studi sul comportamento animale, soprattutto – ma non solo – di primati non umani, hanno avuto notevole risonanza in psichiatria e neuropsichiatria infantile: i lavori degli Harlow (Harlow e Harlow, 1965) hanno chiarito che il piccolo non è strettamente condizionato ad amare chiunque lo nutra, e che i piccoli allevati in isolamento – e ancor peggio in deprivazione sensoriale – sviluppano comportamenti psicotici, parzialmente remissibili con opportuna riabilitazione (Dunn, 1976; Harlow e Zimmerman, 1959; Suomi e Harlow, 1972, 1975, 1977; Suomi et al., 1974; rassegna in: Suomi e Harlow, 1978a e 1978b). Il lavoro di Kaufman e Rosenblum (1967) che mostrava la disperazione dei piccoli di Macaca nemestrina separati dalla madre, ha dato il via all’uso di modelli animali della depressione umana (Suomi, 1982), e non va dimenticato l’apporto dei Tinbergen allo studio dell’autismo (Tinbergen e Tinbergen, 1972). L’indagine sulle conseguenze della separazione precoce dalla madre si è spinta ancora oltre, dimostrando quanto la reazione del piccolo dipenda dalla sua personalità e dalle sue precedenti esperienze d’interazione con la madre, cioè – in ultima analisi – dallo stile materno, restrittivo/ansioso o permissivo/rilassato (Dolhinow, 1980; Dolhinow e DeMay, 1982; Suomi e Ripp, 1983). E ancora, quanto altro, i.e. il contesto sociale, influisca sulle modalità del rapporto materno-infantile e sugli esiti delle separazioni (Nadler, 1980; Dolhinow e DeMay, 1982); e infine quanto varie possano essere le conseguenze in specie diverse seppur filogeneticamente assai prossime (Sackett et al., 1981). Dunque, l’interesse dell’etologia per le fasi iniziali della vita, nonché per la relazione che il piccolo sviluppa con la madre o entrambi i genitori durante questo periodo, ha avuto proficue ricadute in ambiti diversi. Sebbene, infatti, la relazione con la madre evolva nel tempo, e nelle specie sociali e per il sesso filopatrico anche per tutta la vita (evidenze aneddotiche in scimpanzè e bonobos, elefanti e orche, leoni etc. e nei gorilla con il padre; Goodall, 1971; Pusey, 1983) è sicuramente la primissima fase, che ha corso nell’infanzia, la più interessante e la più studiata. È stato questo, infatti, l’ambito più indicato per apportare dati e argomenti al dibattito «nature vs nurture», ma anche per valutare l’elasticità del comportamento, e verificare l’esistenza di controlli centrali (regolazione del comportamento) capaci di indirizzare e ri-indirizzare lo sviluppo (Bateson, 1976). L’osservazione dei rapporti materno-infantili è stata altrettanto utile per indagare il potere correttivo dei rapporti diadici, ad esempio quando la madre risponde con un aumento di cure alle accresciute richieste di contatto e rassicurazione dei piccoli dopo separazione, quantificandone le potenzialità (Hinde, 1974) e valutando i fattori che lo modulano (rassegna ed estensioni di dati relativi agli umani in: Sameroff, 1975; Sameroff e Chandler, 1975; Quinton e Rutter, 1976). Prevalentemente sui primati non umani, sono stati fatti anche svariati tentativi di gettare luce sulla genesi e le caratteristiche degli stili materni abusivi e sul maggiore attaccamento che induce una madre rifiutante (Harlow e Harlow, 1965; rassegna in: Rajecki et al., 1979; Troisi et al., 1982; Troisi e D’Amato, 1983, 1984, 1991, 1994), nonché sui meccanismi trans-generazionali di trasmissione dello stile materno, abusivo e non (Hiraiwa, 1981; Suomi e Ripp, 1983; Troisi et al., 1989; Berman, 1990). Più recentemente le ricerche sono state estese all’influenza di altre figure d’attaccamento, ad esempio è stato evidenziato il ruolo paterno nello sviluppo vocale dei piccoli di alcuni primati attraverso il balbettamento (Elowson et al., 1998; Hauser, 1998). Tuttavia, il contributo più noto – sebbene indiretto – dell’etologia all’analisi della relazione madre-figlio riguarda la Teoria dell’Attaccamento. La psicologia dello sviluppo, alla metà del secolo scorso, faceva un uso acritico di concetti mal definiti, come aggressione, attaccamento, ansia etc. (Hinde, 1982a). In questo quadro, Bowlby (1969) introdusse nella sua trattazione teorica del rapporto materno infantile teorizzazioni, scoperte e concetti etologici, mentre nello stesso periodo Blurton-Jones (1972) – forse più proficuamente e, sicuramente incontrando minori critiche, si avvalse dei metodi dell’etologia per lo studio dell’infanzia. Tra altri influssi, provenienti da altre discipline, centrale nella teorizzazione di Bowlby è l’incorporazione di scoperte dell’etologia: il «periodo sensibile», la risposta a stimoli adeguati via via più selettiva, il ruolo attivo del piccolo nel rapporto con la madre, l’evidenza del ruolo dell’evoluzione nella genesi dei comportamenti infantili, il riconoscimento di aspetti comuni interspecifici nel rapporto genitori-prole. Tra i comportamenti, epimeletici e di altra natura, che il bambino rivolge al genitore, per manipolarlo, Bowlby si focalizzò su quelli capaci di promuovere la prossimità, riconoscendo così l’importanza del contatto, importanza suffragata dai ritrovamenti di Harlow (Harlow e Zimmerman, 1959; Harlow e Harlow, 1965). Importanza vitale, dunque, e dunque sicuramente la selezione naturale doveva aver promosso lo sviluppo di adeguati sistemi comportamentali nel neonato e nell’infante per ottenere e mantenere il contatto e la prossimità. Basti pensare al contatto oculare e al sorriso che segnala il riconoscimento del viso materno (Ambrose, 1963); l’omologo del sorriso sociale nello scimpanzè è la «faccia da gioco a bocca aperta, o morso inibito»: benché la madre sia attenta e devota a prescindere dalla reattività del piccolo, è solo quando emerge questo comportamento (attorno alla VI settimana) che la madre inizia a prestare attenzione alla faccia del bebé, accarezzandola e investigandone la cavità orale, iniziando così un gioco alternato e reciproco di mosse e contromosse, palestra per lo sviluppo delle capacità sociali del piccolo (Plooij, 1979). Consapevole che il grado di prossimità richiesto dal bambino varia con l’età e le situazioni, sotto l’influenza di fattori interni ed esterni, e riconoscendo una progressiva integrazione dei singoli comportamenti favorenti la prossimità in un sistema organizzato gerarchicamente, e dotato di feedback di controllo, Bowlby ipotizzò l’esistenza – appunto – di un «sistema comportamentale» (teorizzazione mutuata dall’etologia classica; Hinde, 1982b). Questo sistema sarebbe sensibile agli input esterni (l’incorporazione di modelli delle figure parentali), in continuo adeguamento allo sviluppo mentale del piccolo, e costituito da svariati comportamenti di attaccamento. Questi ultimi sono misurabili con metodi sperimentali, e dunque dalle teorizzazioni si può passare ad un riscontro basato sui dati, rendendo così l’«Attaccamento» – aspetto del rapporto continuativo tra il piccolo e la figura di attaccamento- un concetto riassuntivo, concreto, composto da diversi parametri (i comportamenti di attaccamento) non sempre necessariamente correlati tra loro, e svincolato dal «fardello» delle teorizzazioni (per queste c’è il «sistema comportamentale», che incorpora un controllo dei e tra i singoli comportamenti) e delle considerazioni sui meccanismi. A questo punto era però necessario concepire un metodo d’indagine che integrasse le misurazioni dei singoli comportamenti di attaccamento, per valutare e categorizzare in maniera globale l’Attaccamento. La Ainsworth (Ainsworth et al., 1978; Ainsworth, 1979) propose il paradigma della strange situation, una serie di test che seguono un ordine predefinito all’interno di un setting standardizzato. Il comportamento del bambino durante questi test viene valutato e assegnato a categorie. La predittività del test, per bambini di età inferiore ai due anni, venne validata dalla correlazione riscontrata tra i punteggi così ottenuti e i risultati di studi osservazionali longitudinali. Il metodo si è dunque mostrato capace di individuare caratteristiche durevoli del rapporto, rapporto che però dipende dalla figura di attaccamento cui si fa riferimento. Infatti, il rapporto del bambino con la madre è – nel corso dello sviluppo – sempre più soggetto ad influenze esterne, non ultime quelle derivanti dalle altre relazioni diadiche che il bambino – e la madre stessa – intrattengono, diverse tra loro in funzione dei diversi partner affettivi. Dunque, la categorizzazione della Ainsworth è riferita alla relazione e non al bambino, si limita all’analisi di un rapporto diadico svincolato dalla reale situazione poliadica in cui si sviluppa il piccolo, e inoltre ha un valore descrittivo ma non genetico. Altri sviluppi, successivi, derivanti dall’etologia, si assumono invece proprio questo compito: individuare le basi evolutive, cioè le cause remote (Huxley, 1942; Tinbergen, 1963) del comportamento umano. Si tratta della psicologia evolutiva, basata sull’applicazione delle teorie sociobiologiche (Wilson, 1975) e della Teoria dei Giochi (Maynard Smith, 1982). Questo approccio si è dimostrato fecondo soprattutto nello studio della prima infanzia, quando i fattori confondenti – tanto frequenti quando si esamina il comportamento umano – sono pressoché ininfluenti. Basti qui citare, ad esempio, l’analisi della scarsa rassomiglianza fisica dei neonati umani ai genitori, che avrebbe la funzione adattativa di non fornire chiare informazioni sulla effettiva identità del padre naturale prima che un legame di attaccamento si sia formato col padre «sociale» (Pagel, 1997), ipotesi corroborata anche da un modello matematico che dimostra come l’evoluzione premi i neonati dalle facce «anonime», cioè poco rassomiglianti ai loro veri padri, e gli uomini che credono alla partner quando questa sostiene invece che il piccolo è tale e quale a loro (Bressan, 2001): tale anonimato incentiverebbe la sopravvivenza neonatale, eviterebbe ai padri il rischio di rifiutare i propri figli, e avvantaggerebbe i maschi adulteri. Per le madri il vantaggio è ovvio. Oppure, su un versante affine, l’identificazione di chi è il vero fruitore dell’orsetto di pezza: le caratteristiche infantili dell’orsetto non sono scelte dai bambini piccoli ai quali è destinato, ma selezionate dagli adulti che amano vedere quelle caratteristiche e sono sensibili alla loro attrattività (Morris et al., 1995). E, soprattutto, è interessante la disamina in questa ottica delle cause socio-ecologiche dell’abbandono e del maltrattamento (Hausfater e Hrdy, 1984; Gelles e Lancaster, 1987). Altri attaccamenti sociali
L’etologia riconosce diversi tipi di attaccamento sociale, oltre a quello tra un piccolo e la figura di attaccamento primaria. Questo rapporto, come ben noto e già diffusamente descritto, è caratterizzato da una forte dipendenza emotiva nonché fisiologica e pratica del piccolo, nella misura in cui i suoi bisogni vengono soddisfatti dalla figura di attaccamento: è quindi una relazione fortemente asimmetrica. È connotato, inoltre, da comportamenti tesi a promuovere la prossimità con il fornitore di cure, ed è sostenuto dal sistema della prolattina e da quello dell’ossitocina-arginina-vasopressina, che agisce su entrambi i partner (Adkins-Regan, 2005; Bielsky et al., 2004; Cushing e Kramer, 2005; Winslow et al., 2000). Infatti, la rottura della relazione provoca in entrambi reazioni depressive e lutto, al di là del disagio provocato dall’interruzione delle cure (Bowlby, 1973 e 1980). Le cure alloparentali fornite da conspecifici (o più raramente allospecifici), fino alla vera e propria adozione, ricalcano lo stesso pattern – anche endocrino – del rapporto materno-infantile e sono a questo assimilabili e tutt’altro che rare: molte specie cooperano nell’allevamento dei piccoli in maniera obbligata (Heterocephalus glaber o ratto-talpa nudo, per restare tra i mammiferi, ma le specie eusociali sono assai più diffuse in altri taxa) o semi-facoltativa (canidi, erpestidi, tamarini, svariati uccelli etc.), molte altre allevano comunitariamente i piccoli in determinate situazioni (ad esempio le leonesse e le gatte); inoltre cure alloparentali variabili per intensità caratterizzano molte specie sociali (primati: Nicolson, 1987; elefanti, cetacei). Le vere adozioni, però, sono rare in natura, ma attestate ad esempio tra primati (Dolhinow e DeMay, 1982; Goodall, 1986) e canidi (McNutt, 1996). Un caso particolare, che fonde l’attaccamento materno a quello fraterno, è la prestazione di cure alloparentali da parte di un fratello o sorella del piccolo, che può giungere fino alla sostituzione della figura materna quando questa venga a mancare (Berman, 1983; Dolhinow e DeMay, 1982; Nicolson, 1987; Pusey, 1983). Per quanto riguarda il substrato endocrino, è stato riscontrato che l’ossitocina promuove anche le cure alloparentali in entrambi i sessi, aumentando la propensione a prestarle (Ferguson et al., 2002; Clark e Galef, 2000; Wynne-Edwards, 2001). Più in generale, l’attaccamento fraterno può essere intenso nell’infanzia e adolescenza, ma per la maggior parte delle specie tende a scemare al momento della dissoluzione dell’associazione. Fanno eccezione quelle specie sociali in cui l’uno o l’altro sesso, filopatrico più spesso che disperdente, ricava benefici in termini di fitness inclusiva dalla cooperazione con individui consanguinei, formando coalizioni e alleanze: le iene e le leonesse, i delfini, i maschi di ghepardi, leoni, licaoni, lupi, manguste nane e scimpanzè, per citare solo qualche esempio (Caro, 1994; Connor et al., 1992; Creel e Creel, 2002; Frank, 1986; Frank et al., 1989; Goodall, 1986; Nishida, 1979; Packer e Pusey, 1982 e 1983). Le oche grigie sorelle tendono a mantenere prossimità e supporto sociale anche quando sono già stabilmente accoppiate (Frigerio et al., 2001). Coalizioni e alleanze (Harcourt e de Waal, 1992) non sono certamente limitate a fratelli e sorelle, ma anzi coinvolgono spesso degli individui non imparentati, tuttavia la pre-esistenza di una relazione di consanguineità e la dimestichezza reciproca dovuta al tempo trascorso assieme in stretta associazione e in un periodo tanto sensibile ne favoriscono la formazione. Nelle coalizioni, e ancor più nelle alleanze, si registrano: astensione dagli scontri competitivi, anche grazie a comportamenti di auto-contenimento, intensi scambi affiliativi (ad esempio i frequentissimi strofinamenti corporei sociali dei felidi, con marcatura odorosa reciproca), mantenimento di associazione e prossimità, elevata tolleranza alla condivisione di risorse, etc. Quindi, i membri di queste associazioni mostrano molti dei comportamenti riscontrati tipicamente nella diade madre-piccolo (e, di fatto, i benefici derivanti dalle alleanze in termini di riduzione dello stress sono simili a quelli derivanti dal supporto fornito dalla famiglia: Frigerio et al., 2003; Scheiber at al., 2009), sebbene il grado di interdipendenza sia infinitamente minore, e ristretto alla facilitazione reciproca nell’acquisizione di risorse. Inoltre si tratta di una relazione simmetrica. Dunque, i membri di coalizioni e alleanze godono di un vantaggio – variabile con la specie e le condizioni socio-ecologiche – nel restare coesi, ma non dipendono l’uno dall’altro sensu stricto, per la sopravvivenza. Anche i rapporti tra i membri di cooperazioni e alleanze sono favoriti e regolati dall’ossitocina, che promuove la capacità di distinguere i cooperatori dagli imbroglioni (Ferguson et al., 2002), mentre l’isotocina sembra indurre comportamenti prosociali (Adkins-Regan, 2005), e l’arginina- vasopressina aumentare la probabilità di reciprocazione nel ratto (Rutte e Taborsky, 2007; rassegna in: Soares et al., 2010). Si inserisce qui il più ampio concetto delle «relazioni di valore» (van Schaik e Aureli, 2000). Per lo più si tratta di relazioni utili, in termini di mera cooperazione e opportunismo, e infatti le associazioni con gli individui di alto rango sono attivamente cercate e valutate, in quanto capaci di innalzare in maniera attiva (con un supporto sociale attivo nei conflitti) o passiva (la prossimità con un dominante diminuisce le probabilità di aggressioni ricevute) la posizione gerarchica della controparte, la quale può avvalersene anche per una scalata sociale. Si contano però anche casi di vere amicizie (Strum, 1987; Goodall, 1986), che possono anche evolvere da un iniziale dipendenza asimmetrica ad un rapporto di piena parità: i giovani maschi di babbuino spesso «adottano» piccole femmine all’età dello svezzamento e le proteggono per anni, quando queste femmine diverranno adulte più facilmente sceglieranno il loro protettore e amico per riprodursi; i maschi di Macaca sylvanus e M. thibetana similmente «adottano» per qualche ora del giorno piccoli che col tempo potrebbero più facilmente divenire spontanei alleati; simili fenomeni sono stati registrati anche nelle manguste e in altre specie, tra individui dello stesso o di diverso sesso (Strum, 1987). Va però detto che tra i macachi i piccoli funzionano da lasciapassare, e vengono usati per cementare i rapporti affiliativi tra maschi adulti, che – tenendo tipicamente il piccolo tra loro, e «sbaciucchiandolo» – se ne servono come di un ponte affettivo, uno strumento sociale atto a inibire e tenere basso il livello di aggressività e indurre una generica predisposizione affinitiva (agonistic buffering hypothesis: rassegna in Kuester e Paul, 2000). Gli studi in natura si sono concentrati sulle amicizie «interessate», sia perché più frequenti, sia perché più utili per saggiare le ipotesi sull’evoluzione e il controllo della socialità. Tuttavia non mancano rapporti aneddotici di amicizie disinteressate, basate presumibilmente solo su affiatamento, consuetudine, solidarietà e lealtà. Vengono riportate abbastanza frequentemente tra gli animali domestici, che per lo più vivono in condizioni di competizione rilassata, in quanto foraggiati dall’uomo, ma anche tra i selvatici in natura (Goodall, 1986). Ricordo, in particolare, il caso di un licaone che si trattiene ad allontanare le iene da una carcassa per permettere ad un vecchio maschio malandato del suo gruppo, col quale era rimasto indietro rispetto al resto del branco, di mangiare a sazietà, trattenendosi egli stesso dal consumare la carne. Da quel vecchio maschio il giovane licaone non poteva aspettarsi molto, ma la cooperazione è così vitale per questa specie che nel branco ogni individuo ha valore. Se quel giovane maschio avesse però avuto dei cuccioli propri nel branco, probabilmente non sarebbe stato così generoso col vecchio. Un altro esempio, che voglio citare per una sorta di debito personale verso una scimmia che ho molto ammirato, è quello di Propje. Vecchia femmina, catturata da piccola in natura in Indonesia, passata attraverso un paio di zoo e approdata infine nella colonia universitaria di Utrecht negli anni ottanta, era stata a lungo una battagliera femmina alfa. Poi, con l’invecchiamento e lo sfoltirsi della sua famiglia, base di potere per una società matrilineare com’è quella dei Macaca fascicularis, aveva via via perso posizioni. Era tuttavia rispettata e – come capita spesso ai vecchi – «fuori gerarchia». Conservava un gran carattere che le faceva meritare l’ammirazione degli osservatori. Aveva mantenuto dai vecchi tempi una speciale affiliazione con un’altrettanto vecchia, più malandata ma ancora fertile femmina scorbutica, Stompje. Quando questa aveva inaspettatamente partorito, la prossimità si era fatta più stretta e ricercata attivamente dalla più dominante Propje, quindi non certamente con secondi fini gerarchici. Propje la difendeva, senza ricevere alcuna reciprocazione, nei rari casi di aggressione, e le stava seduta accanto per la maggior parte della giornata. Ad un certo punto il vecchio maschio dominante, che era stato in ottimi rapporti con tutti, venne sostituito da un più giovane estraneo. È prassi per i maschi che assumono il controllo di un gruppo tentare di uccidere i piccoli, soprattutto maschi e soprattutto delle femmine subordinate, per indurle ad un nuovo estro e poter rimpiazzare i cuccioli di altri maschi con la propria prole. Questo maschio, Montuur, non fece eccezione e tentò un’aggressione, ferendo solo lievemente un piccolo: sebbene, infatti, il dimorfismo sessuale sia notevole in questa specie, tuttavia in uno spazio recintato un gruppo di femmine coese e furiose non è facilmente affrontabile. Dopo questo primo approccio il maschio, eccitato e inquieto rimase a camminare nervosamente in un angolo, e le femmine con i piccoli si radunarono nell’angolo opposto, altrettanto inquiete ma impegnate a toelettarsi vicendevolmente. Allora Propje prese in mano la situazione: si recò coraggiosamente dal nuovo maschio (pesava meno di un terzo di lui ed era mezzo sdentata) e presentandoglisi ventralmente (di norma la presentazione socio-sessuale è di terga) e con espressioni facciali suadenti gli mostrò amichevolezza, intercedendo così per l’intero gruppo. Montuur, felicissimo di questa occasione per deporre le armi e poter entrare senza frizioni nel gruppo la montò – ventralmente – più volte e con entusiasmo. Nelle ore e giorni che seguirono Montuur ebbe modo di farsi accettare e divenne presto un apprezzato padre – naturale o adottivo. Propje, però, dopo avergli per prima rivolto delle attenzioni, iniziò quasi subito ad ignorarlo. Inoltre, Lixa, la grossa femmina dominante, che aveva nel gruppo un figlio quasi adulto e assai rampante, nonché una folta famiglia di femmine grosse e aggressive, gli rivolgeva infrequenti e svogliati gesti di deferenza. Per qualche ragione, sicuramente non sessuale, Montuur decise che si trattava di una situazione intollerabile, un affronto al suo status, una minaccia: Propje era l’unico individuo del gruppo che non gli dimostrava deferenza, l’unica femmina che non gli rivolgeva inviti socio-sessuali, nemmeno pro-forma. Provò un paio di volte a rivolgerle lui delle profferte, che lei ignorò. Allora, un giorno, Montuur si avvicinò a Stompje e prese a schiacciarla al suolo tenendola giù con una mano finché lei non iniziò a strillare di paura: non le faceva veramente male, ma la minacciava e non recepiva i suoi segnali di sottomissione. La stava tormentando e terrorizzando. L’evento era strano: nessuno si interessava mai alla vecchia, per il maschio non c’era scopo nel minacciarla, e Montuur non era un animale aggressivo. Inoltre, mentre schiacciava Stompje al suolo, Montuur fissava Propje all’altro capo del recinto, con uno sguardo luccicante che sollecitava il contatto oculare ed era allo stesso tempo minaccioso. Poiché l’aggressione non terminava (altra stranezza), Propje iniziò a sua volta a strillare e ad avvicinarsi al maschio, abbozzando una presentazione socio-sessuale mentre avanzava angosciata. Per un po’ lo affrontò strillando e poi finì col presentarsi completamente, emettendo nel contempo un suono rotto per l’emozione ma simile alla vocalizzazione coitale che le femmine emettono quando si accoppiano con, vera o presunta, soddisfazione. Montuur lasciò immediatamente Stompje, dedicandosi con fervore a Propje… e tornò la pace. Propje non sembrava per niente contenta: era stata costretta ad offrirsi al maschio, cioè a prenderlo in considerazione e a sottomettersi, per salvare l’amica. Nelle settimane seguenti l’evento si ripeté una decina di volte, sempre uguale: Montuur schiacciava Stompje, questa strillava disperata, l’amica accorreva agitata cercando di distrarre e rabbonire il maschio, lui lasciava immediatamente andare Stompje per montare Propje, che sopportava l’umiliazione per amicizia. Dopo questa lunghissima digressione, dovuta ad un mio personale attaccamento per quella notevole femmina, torno sui legami di tipo opportunistico. Tutte le relazioni affinitive descritte vengono mantenute grazie a prossimità e scambi affiliativi (toelettatura reciproca: rassegna in Aureli e de Waal, 2000; comportamenti di coesione come la camminata affiancata o gli strusciamenti; cerimonie di saluto: Colmenares et al., 2000; Creel e Creel, 2002), scambi di favori (supporto sociale attivo e passivo: rassegna in Aureli e de Waal, 2000; Scheiber et al., 2005; anche interspecifico: Weiß e Kotrschal, 2004; condivisione delle risorse; etc.). L’allogrooming, in particolare, cioè la toelettatura sociale- sembra essere moneta di scambio per favori sociali, tanto da aver portato all’ipotesi del «mercato biologico» (Noë et al., 1991; Noë e Hammerstein, 1994). A volte gesti di solidarietà vengono estesi persino a membri di altre truppe o gruppi (Strum, 1987), e non è chiaro quanta reciprocazione gli attori di questi gesti si attendano dai beneficiati, ma di solito l’altruismo tende a ripagare bene. Un’altra occasione sociale per la formazione di un attaccamento è quella riproduttiva. L’attaccamento sessuale, o di coppia, è molto diffuso e sebbene si tratti nella maggior parte dei casi di un legame transitorio (brevi periodi di consortship nelle specie promiscue o poliginiche/poliandriche, la stagione riproduttiva nella monogamia seriale), non mancano casi di attaccamento protratto per tutto il corso della vita (vera monogamia). È questo il caso per svariate specie di uccelli (cigni, corvidi, oche, pappagalli e parrocchetti etc.), carnivori (soprattutto canidi), primati (tamarini, siamanghi). Anche questo attaccamento è promosso e mantenuto da ossitocina (promuove il legame di coppia nelle femmine) e arginina-vasopressina (nei maschi: Clark e Galef, 2000); e si riscontra coordinazione ormonale nella coppia (Hirschenhauser et al., 1999). Si riconosce infine anche un attaccamento al gruppo sociale. Questo tipo di attaccamento è più blando degli altri, sebbene la sua intensità dipenda strettamente dal grado di consanguineità interno al gruppo e dal grado di dipendenza dell’individuo da esso, cioè da quanto la sua sopravvivenza a lungo termine e «viabilità» futura (opportunità riproduttive di successo) siano determinate dalla coesione all’unità sociale. Questa può essere pari alla coppia riproduttiva, alla famiglia (genitori e prole: ad esempio canidi, tamarini), alla famiglia allargata (genitori, prole, prole adulta e altri consanguinei: canidi, manguste, suricati, tamarini, e tante altre specie), alla famiglia matrifocale (macachi, babbuini, leoni, elefanti, etc.), al gruppo di maschi consanguinei e non (scimpanzè), all’harem (gelada, gorilla, equidi), alla truppa a fissione-fusione composta da più unità (babbuini, storni), al branco gregario (gnu). Tanta varietà di associazione si riflette necessariamente in gradi assai diversi di frequenza, qualità e complessità delle interazioni, e quindi di legame e attaccamento. Va poi distinta la gregarietà, cioè la propensione generica e aspecifica a restare in gruppo, tipica di tanti erbivori per i quali il branco significa soprattutto protezione antipredatoria, che fa sì che un cavallo o una pecora isolati cerchino di unirsi a qualunque altro individuo della propria specie o di specie affini: nelle fattorie è facile vedere gruppi misti di brucatori, asini, vacche e capre che assumono subito la postura affiancata testa-coda per assicurare una scansione ottimale dell’ambiente mentre sono intenti a foraggiare. Queste associazioni transitorie ed estemporanee non implicano necessariamente un legame, quale quello che si forma invece in gruppi coesi e strutturati. In conclusione, l’uniformità del substrato ormonale che promuove tutte le forme di attaccamento, pur nelle inevitabili variazioni sessuali o di specie, suffraga la convinzione che l’attaccamento appartenga ad un sistema comportamentale stabile, che di volta in volta agisce su oggetti diversi. Legami interspecifici

Ultimo in ordine cronologico, ma probabilmente non tale per il lettore proprietario
di «animali da compagnia», è il legame che si forma tra un animale e il suo compagno umano. Come già accennato, sebbene siano riscontrabili degli elementi universali interspecifici, tuttavia le specie differiscono in abilità percettive, interessi, capacità e modalità di relazione e sviluppo, e sotto molti altri aspetti. Queste differenze inevitabilmente si riflettono nelle relazioni sociali che gli individui sono in grado di intessere, con conspecifici ed eterospecifici. A questo punto è necessaria una piccola digressione metodologica. L’orientamento fondamentale dell’etologia, derivante dalle basi evoluzionistiche della disciplina (Darwin, 1859 e 1872), è di analizzare il comportamento di una specie in relazione e in funzione della nicchia trofica in cui essa si è evoluta, cioè di ricondurre le indagini all’ambiente specifico originario che l’ha plasmata. Ne consegue che, quando si vuole studiare la relazione che un animale domestico sviluppa con i conspecifici o anche con il compagno umano, è necessario analizzarne il comportamento alla luce del comportamento sociale della specie ancestrale selvatica – o, in mancanza di questa, della specie filogeneticamente più prossima – osservata in natura, dove le pressioni selettive e il peso del fardello filogenetico sono più evidenti e comprensibili, integrando poi queste osservazioni con l’analisi delle modificazioni eventualmente introdotte dal processo selettivo di domesticazione e degli adattamenti all’ambiente antropico. Dunque, per studiare appropriatamente il gatto domestico è necessario non limitarsi alle osservazioni del gatto di casa, ma esaminare anche il comportamento del selvatico e del domestico rinselvatichito. Per il cane si analizzeranno cani rinselvatichiti, lupi, sciacalli e altri canidi; per il cavallo o la vacca –le cui specie ancestrali sono estinte in natura – ci si rivolge agli altri equidi selvatici, senza trascurare il ricreato cavallo «selvaggio» di Przewalski, oppure a bovini affini. Limitandoci per una esemplificazione a cani, conigli e gatti, l’analisi delle specie selvatiche ci chiarisce rapidamente non solo quali esigenze ed aspettative sociali abbiano questi animali, ma anche quale tipo di relazione possiamo aspettarci. Sebbene sia certamente vero che nessun mammifero è totalmente refrattario ad instaurare rapporti affettivi allargati, perché le basi della socialità sono gettate dal rapporto precoce con la madre, tuttavia un coniglio è selezionato per restare con la madre pochi giorni, mentre un gatto selvatico non diventa totalmente indipendente prima dei due anni in media, e un canide sociale non solo dipende a lungo dalla madre o più spesso da entrambi i genitori, ma – a differenza del gatto – è selezionato per restare nel gruppo-famiglia per anni, vivere in un gruppo e da esso dipendere. Ciò ha delle conseguenze: ad esempio sulla tolleranza alla dipendenza e alla prossimità che, ricordiamolo, non sono scelte dall’animale ma imposte dall’uomo. Un altro esito è che, ad esempio, il gatto, non essendo evolutivamente vincolato alla vita di gruppo da forti pressione ecologiche, tende a sciogliere le associazioni quando non più proficue (Laundré, 1977; Macdonald et al., 1987), cioè quando i costi della socialità superano i benefici che ne ricava: quando lo stress sociale diventa eccessivo o… quando il vicino di casa offre pesce più fresco e un divano più morbido. Perciò il gatto viene definito (senza connotati morali) un opportunista sociale. In realtà anche per il cane si tratta di massimizzare i benefici e minimizzare i costi, ma poiché per questa specie la socialità assicura la sopravvivenza, e la coesione del gruppo è fonte di vantaggi condivisi, il cane tende tipicamente ad essere «fedele». La storia evolutiva più solitaria del gatto fa sì che i suoi segnali sociali siano più sottili e difficili da cogliere per l’osservatore inesperto (Bradshaw e Cameron-Beaumont, 2000); apparentemente più ambigui perché sovente uno stesso segnale è utilizzato in contesti diversi con significati anche diametralmente opposti – ma i modificatori di significato sfuggono all’attenzione umana; inoltre maggiormente connotati da ambivalenza sia per una minore predisposizione alla «compiacenza» sia a causa di una minore selezione genetica per la docilità rispetto al cane. Valga, ad esempio della nostra diffusa incomprensione, la recente scoperta dell’esistenza di almeno due tipi di fusa: uno di appagamento e uno di urgente richiesta (McComb et al., 2009). È stata necessaria un’analisi spettrografica per riconoscerne la differenza, che altrimenti sfugge all’orecchio disattento. Mentre pare essere vero il contrario: gli animali prestano la massima attenzione ai segnali che inviamo, sia perché più esercitati alla decifrazione della comunicazione non verbale sia per il rapporto di dipendenza che li lega a noi. Anche in questo caso un esempio chiarisce lo sforzo relazionale impiegato: è noto che i gatti utilizzano il canale comunicativo acustico con parsimonia quando si rivolgono a conspecifici (limitandolo a contesti ben specifici: riproduttivo, agonistico, materno), ma con larghezza quando si rivolgono ai proprietari. Inoltre, i soggetti selvatici, rinselvatichiti o i randagi non abituati all’uomo sono assai più silenziosi dei gatti di casa, ma in un contesto antropizzato apprendono rapidamente ad usare le vocalizzazioni. Tutta la pletora di miagolii che ci rivolgono sembra derivare dall’uso metacomunicativo del primitivo e invariato miagolio di richiesta infantile, che viene infinitamente modulato, piegandolo all’umore, adattandolo alla situazione e alla relazione con il destinatario. Ebbene, questa esuberanza vocale trova la sua origine nella nostra «sordità»: uno psicologo americano ha fatto ascoltare a due gruppi di umani, l’uno aduso e l’altro non avvezzo ai gatti, cinque tipiche vocalizzazioni feline; i profani riconoscevano solo il grido di spavento-dolore. Ma se l’ascolto veniva ripetuto, anche gli inesperti giungevano a interpretare il significato dei suoni (Nicastro e Owren, 2003). Dunque il gatto ripete, e lo fa solo con gli umani, perché repetita iuvant! Notoriamente, i proprietari di animali domestici si dividono in estimatori dell’indipendenza felina o della dipendenza affettiva canina. Questa caratteristica, come anche la scarsa gerarchizzazione, ha radici nelle storia evolutiva del gatto, modellato per condurre una vita prevalentemente solitaria. È noto che è impossibile imporre qualcosa ad un gatto contro la sua volontà, mentre i cani si lasciano addestrare volentieri. Interessante, a tal proposito, è riscontrare come anche i metodi educativi materni differiscano tra cane e gatto. La gatta ha tutto l’interesse in una precoce acquisizione di indipendenza della prole, la quale – una volta adulta – non dovrà integrarsi in un gruppo, ma procurarsi un territorio e difenderlo. Dunque, la madre non inibisce le manifestazioni di aggressività, ma le tollera o al più se ne difende; tipicamente «redarguisce» i piccoli solo quando questi si allontanano pericolosamente, e anche allora la sgridata consiste in una bella leccata della zona ventrale che riporta il gattino ad uno stato infantile e allo stesso tempo lo calma; le imposizioni gerarchizzanti sono pressoché assenti; gli atti aggressivi limitati alle soffiate o a qualche colpetto sulle orecchie nel periodo dello svezzamento. La cagna invece, e più tardi saranno il padre e gli altri componenti del gruppo a farlo, impartisce sovente lezioni di sottomissione, punisce i comportamenti anti-sociali, rimette al loro posto i cuccioli riottosi e troppo aggressivi, con minacce più frequenti e più severe di quelle feline: tutto ciò è funzionale all’integrazione dei cagnolini nel gruppo sociale costituito dalla famiglia d’origine, dove resteranno per un po’ aiutando i genitori nell’accudimento della prole. In entrambe le specie la deferenza per la madre rimane immutata negli anni, sebbene manifestata con modalità che cambiano con l’età. In effetti si può dire che l’unica autorità che il gatto riconosce spontaneamente e rispetta davvero è quella materna. Da qui, in parte e forse, la predilezione che i gatti sembrano avere per le «madri di famiglia» umane. Non occorre invece dire che i cani necessitano di integrarsi nella gerarchia domestica: sono predisposti a farlo, la coesione sociale ordinata è fonte di sollievo perché in origine significa sopravvivenza, e quindi anelano a compiacere, interagire, coordinarsi al resto del gruppo. Infine, una nozione comune è che il gatto si affeziona al territorio, il cane alle persone. In parte è vero: il gatto – originariamente cacciatore solitario, opportunista ed eclettico – necessita per sopravvivere di conoscere millimetricamente l’ambiente. Perciò può privilegiare la fedeltà all’ambiente noto, garanzia di sopravvivenza, al mantenimento del legame sociale – pur soffrendo per l’interruzione. Il cane trova quella garanzia nella fedeltà al branco. Naturalmente c’è ampio spazio per la variabilità individuale: gatti più affettivamente dipendenti (forse i meno vitali) privilegiano il legame con l’umano a quello coll’ambiente. Queste e altre differenze etologiche tra le due specie influiscono sul rapporto che gli individui intessono con i compagni umani, variandone modi e intensità. Tuttavia, probabilmente, la principale fonte di variabilità è da ricercarsi nel rapporto che la controparte umana è disposta a creare (Zasloff, 1996; Turner, 2000). Infatti, lo stile dell’uno influenza l’altro, e il grado di attaccamento che l’animale sviluppa sembra essere correlato alla disponibilità affettiva (Karsh e Turner, 1988) ma anche al rispetto che il compagno umano dimostra. Turner (1991), in uno studio sui gatti, trovò che la relazione «migliore» in termini di frequenza e durata del contatto era quella in cui l’iniziativa dell’approccio veniva lasciata all’animale. Quanto maggior successo aveva invece il proprietario nell’ottenere il contatto, tanto più questo era breve, come se il gatto «non potesse rifiutare» la richiesta di contatto, ma poiché esso non rispondeva ad una sua esigenza lo interrompeva presto. Incidentalmente: appare qui evidente che la definizione di attaccamento sensu Bowlby non viene messa in discussione, ma correntemente utilizzata per esplorare le caratteristiche dei legami interspecifici. Vedremo che anche in studi più recenti il modello non viene abbandonato, anche perché ha il merito di rispondere a tutti i requisiti della teorizzazione etologica. Il difetto risiede semmai nel trascurare una metà della diade e la portata delle reciproche influenze. Lo stile relazionale, e dunque la personalità, del partner umano sembra essere la principale variabile anche nella genesi della cosiddetta «ansia da separazione», uno dei problemi più spesso lamentati dai proprietari – soprattutto ma non esclusivamente di cani (Overall, 1997), forse troppo frettolosamente etichettato in modo da corrispondere agli interessi delle case farmaceutiche, più probabilmente da far risalire alla inappropriatezza delle condizioni di allevamento e gestione. Non si tratterebbe infatti di iperattaccamento canino, anche se non si esclude che questa condizione sia caratterizzata da un diverso stile di attaccamento (Parthasarathy e Crowell-Davis, 2006). La relazione con gli animali da compagnia ha ricevuto molta più attenzione sul versante umano che non su quello animale, perché facilmente indagabile anche con test e interviste: tipi e qualità della relazione, benefici derivanti, nonché ragioni e modalità dell’attaccamento per i cani (rassegna in: Hart, 1995) e i gatti (rassegna in: Turner, 2000). Il legame che questi animali intrattengono con noi è stato invece esplorato in maniera più frammentaria, per ragioni intrinseche e metodologiche: una relazione viene definita da tipo, qualità e grado di integrazione temporale delle interazioni (Hinde, 1976), quindi richiede lunghe osservazioni che impegnano sia l’animale sia l’umano all’interno dello spazio domestico privato. Inizialmente si è molto lavorato all’individuazione del periodo sensibile per la socializzazione interspecifica (più correttamente definita social referencing: Turner, 2000), fissato tra la II e VII (gatti: Karsh e Turner, 1988) o VIII (cani) settimana. Se è vero che una precoce familiarizzazione con stimoli – sociali e non – è assolutamente raccomandabile per assicurare adulti confidenti e socievoli e ridurre il rischio di aggressioni da paura, tuttavia la grande flessibilità comportamentale permette ampi recuperi in seguito: soggetti poco socializzati nell’infanzia possono ancora stringere legami affettivi profondi e costituire ottimi compagni sebbene richiedano qualche cautela (Turner, 2000). Si è anche tentato di quantificare i termini della socializzazione precoce, arrivando a stabilire che è consigliabile una manipolazione quotidiana gentile, ma non eccessiva per durata e intensità del contatto e per numero di persone coinvolte (Turner, 2000). Nel determinare la personalità – e quindi la propensione a stabilire soddisfacenti legami con gli esseri umani, oltre all’effetto materno, in cui la componente genetica è difficilmente districabile da quella relazionale, è stato stabilito un effetto paterno (Turner et al., 1986), che nello studio in questione era puramente genetico. Pochi studi sono stati dedicati all’analisi dell’influenza delle precedenti relazioni sociali (Fallani et al., 2006; Prato-Previde e Valsecchi, 2007), tanto meno per quanto riguarda qualità e durata della relazione con madre, fratelli e padre. Un diverso modo di esplorare la relazione è quello di tentare di individuare se vi sia stata un’evoluzione del cane per selezione da domesticazione: se abbia affinato una speciale propensione e abilità a leggere i nostri segnali, e sviluppato la tendenza ad affidarsi al nostro aiuto sollecitandolo prima ancora di aver veramente provato a superare un ostacolo (Miklósi, 2009). Esperimenti che hanno confrontato cani con lupi allevati allo stesso modo sembrerebbero suffragare questa ipotesi (Miklósi, 2009), restituendoci l’immagine di un cane che si vede come parte di una coppia cooperante, ma potrebbe anche trattarsi di una maggiore percezione di inabilità, e quindi dipendenza, oppure di
compiacenza. Altri lavori sulla capacità di interpretare alcuni nostri gesti (il puntare:
Miklósi, 2009) hanno dato risultati controversi (Marshall-Pescini et al., 2010). Ed
entrambi i fenomeni possono essere spiegati anche con accettazione sociale e
condizionamento (Udell et al., 2010). Prato-Previde e colleghe (Prato-Previde et al.,
2008) hanno determinato che i cani si lasciano influenzare contro-intuitivamente dalle
indicazioni dei proprietari in un test di discriminazione e preferenza di quantità di cibo.
Altre ricerche tentano di verificare la capacità di interpretare correttamente le nostre
espressioni facciali e gli stati mentali.
Infine, per quanto riguarda l’analisi dei legami emotivi tra animali adulti e umani, sensu Bowlby, viene correntemente utilizzato il metodo Ainsworth, modificato per adattarlo alla specificità dei soggetti (AASST), sia per riscontrare se vi sia attaccamento (verificando l’aderenza dei dati alla definizione di base sicura) sia per valutare le differenze individuali e la qualità della relazione. Topál e colleghi (1998) hanno così dimostrato che i cani mostrano comportamenti di attaccamento verso i proprietari, sebbene si registri una considerevole variabilità; hanno anche riscontrato che i soggetti potevano essere classificati lungo l’asse attaccamento sicuro-attaccamento insicuro, concludendo che la relazione cane-uomo è analoga a quella bambino-genitore. Altri ricercatori hanno replicato il test senza giungere a conclusioni certe (Prato-Previde et al., 2003). Edwards e collaboratori (2007) hanno trovato che i gatti in compagnia del proprietario sono più esplorativi e cioè confidenti, più in allerta – quindi insicuri – di quando sono con estranei, concludendo che si tratta di una manifestazione di attaccamento. Tutto un filone di ricerca si è sviluppato su questo argomento, prevalentemente nel cane, senza alcun apporto realmente innovativo. Non sorprendentemente si è appurato che nel cane un attaccamento insicuro (connotato da ansia, passività, evitamento) è associato all’uso di minacce da parte del proprietario, mentre un compagno gentile favorisce l’instaurarsi dell’effetto base sicura, di comportamenti tesi ad aumentare prossimità e rassicurazione, di confidenza (White et al., 2010). Tutti questi lavori trascurano la personalità del cane, che andrebbe misurata per valutare se vi sia congruenza tra di essa e lo stile relazionale (che potrebbe essere «imposto» da un proprietario con problemi di dipendenza). Inoltre, con rare eccezioni (Mariti et al., 2010) trascurano le altre relazioni di attaccamento che il cane intrattiene. Infine, gli animali domestici formano spontaneamente legami affettivi anche con individui di altre specie non umane, con maggiore facilità se esposti a questi nell’infanzia, ma anche da adulti, purché sia chiara l’assimilazione al gruppo eterospecifico. Queste relazioni e legami tra specie diverse hanno ricevuto scarsa attenzione a causa dell’incidenza sporadica del fenomeno, esposto perciò alle molteplici influenze dei fattori locali. Vengono ricapitolati i primi studi etologici sullo sviluppo infantile e la relazione genitori-prole, con un enfasi sull’identificazione del periodo sensibile, dei danni da deprivazione sociale, del ruolo dello stile materno e del contesto sociale. A fianco dei contributi metodologici e teorici alla psicologia dello sviluppo, queste indagini e i successivi sviluppi hanno apportato conoscenze inestimabili su argomenti di stretta pertinenza etologica: stimoli, apprendimento, regolazione dello sviluppo, maturazione delle competenze sociali, basi evolutive della socialità, sincronizzazione e coesione della diade, socio-ecologia delle cure parentali, altruismo. Segue poi
un excursus sugli altri legami sociali connotati da attaccamento (alloparentale, fraterno, sessuale,
amicale: opportunistico e altruistico, interspecifico), sulle loro basi endocrine e sui mezzi con i
quali vengono mantenuti.
PAROLE CHIAVE: Animali non umani, attaccamento, legami, evoluzione.
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